Il mago del mese: Galileo Galilei

Il Mago del Mese

Una delle verità più accettate dagli studenti di Hogwarts è che la loro sete di conoscenza possa essere appagata esclusivamente tra i libri, ecco quindi alunni di ogni età affollare la biblioteca del castello in cerca di risposte di storia della magia, trasfigurazione, incantesimi, erbologia. Ma ciò che sfugge alla maggior parte di loro è che vi è un altro modo, un modo che ho avuto la fortuna di appurare io stesso. Tra i pregi dell’essere un appassionato di storia della magia vi è la possibilità di seguire lezioni aggiuntive, pertanto mentre aspettavo il professore nel suo ufficio, il mio sguardo ha vagato per tutto il perimetro della stanza, affascinato dai molti oggetti presenti, finché, per caso o per combinazione, non è stato attirato dall’oggetto meno appariscente di tutti: una scatoletta di metallo su uno scaffale. Dentro non vi era nulla di interessante, eccezion fatta per una minuscola pietra poliedrica; il suo uso mi era ignoto e la sua utilità dubbia, ma, come ebbi modo di appurare più avanti, nel mondo della magia sono gli oggetti più semplici a celare le magie più grandi. Girando la pietra nella mano scoprii che essa era in grado di generare delle ombre: inizialmente apparivano come figure indistinte, null’altro che un pallido ricordo, ma dopo un’adeguata pratica cominciarono ad essere più definite. Si trattava di personaggi della storia, maghi, dame, cavalieri, contadini che apparivano al mio cospetto semplicemente ruotando quella pietra, così decisi che studiare gli avvenimenti del passato dai libri non mi bastava più: avrei fatto in modo che fosse la storia stessa a narrarmeli.

L’ennesima figura sfuma infine davanti ai miei occhi. Il meccanismo di funzionamento della pietra mi è ormai chiaro, ma ancora non riesco a controllarla per decidere quale personaggio del passato richiamare; scoraggiato, giro nuovamente la pietra nella mano, aspettando il prossimo ricordo. La mia attesa non dura molto: dopo alcuni minuti, una trasparente figura comincia a formarsi vicino alla scrivania dell’ufficio, delineando una folta barba grigia e due occhi scuri. La figura, però, differentemente dalle altre, non mi guarda spaventato ma fissa il pavimento: sembra stanco e affaticato, per nulla incuriosito da quanto è appena successo.

<< Chi sei?>>

Chiedo all’uomo che lentamente alza lo sguardo nella mia direzione: i suoi occhi sono attenti ma paiono coperti da un velo, come se rifiutassero di vedermi. Dopo qualche secondo, una voce dallo strano accento mi risponde:

<< Nella mia terra mi chiamano Galileo…Galileo Galilei…>>

Ancora incredulo per quanto ho sentito, prendo una piuma d’oca e una pergamena. Il nome di Galileo è famoso persino nel mondo magico, poter parlare con lui è qualcosa di irripetibile

<< Il famoso babbano? L’astronomo?>>

Chiedo avvicinandomi lentamente. Galileo mi fissa e uno spento sorriso compare sul suo volto. Sembra rallegrato del fatto che io sappia chi sia.

<< Dunque mi conosci; ma a quanto sembra non mi conosci bene. Io sono un mago e non mi sorprende che tu non lo sappia. Che posto è questo?>>

Dice spostandosi verso la finestra dell’ufficio e guardando verso il lago. Senza indugiare troppo gli rispondo:

<< Siamo ad Hogwarts.>>

Un sorriso compare sul volto dell’astronomo:

<< Ah! Una scuola di magia dunque! Sembrano passati secoli da quando anche io studiavo i rudimenti della magia nelle aule di Beauxbatons, nella spensierata infanzia.>>

Perplesso gli chiedo spiegazioni.

<< Pensavo che Beauxbatons accettasse solo studenti provenienti da Spagna, Francia, Portogallo, Lussemburgo e Danimarca.>>

Galileo mi guarda perplesso, come se mi sfuggisse qualcosa, per poi spostare lo sguardo nuovamente verso il lago.

<< Infatti quando avevo 11 anni la mia terra, il Granducato di Toscana, appoggiava politicamente il dominio dei re di Spagna, riconoscendone l’autorità, di conseguenza essa era, ipso facto, un possedimento spagnolo.>>

Scrivo tutto sulla pergamena per evitare che qualcosa venga tralasciato.

<< Vuoi dirmi qualcosa della tua vita?>>

Chiedo sedendomi su una sedia. Galileo sembra compiaciuto della domanda e senza distogliere lo sguardo dalla finestra comincia:

<< Nacqui a Pisa, una città italica, nel 1564 in una famiglia di maghi purosangue. Mio padre, un commerciante, decise di vivere tra i babbani per aumentare le possibilità di guadagno, altamente limitate dalla ristretta comunità magica di origine, e perché…>>

Galileo sembra in difficoltà ad andare avanti, ma riprende subito.

<<…perché io fui l’unico figlio nelle cui vene scorreva sangue magico, i miei altri sei fratelli purtroppo nacquero babbani. Questo era motivo di imbarazzo per i miei genitori che decisero di allontanarsi dalla comunità magica. A Pisa mio padre, grazie ad alcune sue conoscenze, ci inserì perfettamente nella vita della città e lì riuscimmo ad avere una vita serena; fu proprio in questa città che io mostrai i primi segni di magia, facendo levitare una mela. A 11 anni la mia magia era in pieno svolgimento e arrivò la comunicazione che mi avevano accettato a Beauxbatons. I miei genitori erano così fieri, e si aspettavano così tanto…>>

Una punta di tristezza si avverte nella voce di Galileo. Aspetto che finisca per porgli un’altra domanda:

<< Come fu la tua infanzia nell’accademia?>>

Galileo sorride, allontanandosi per la prima volta dalla finestra.

<< I ricordi legati al mio soggiorno a Beauxbatons sono lieti, lì imparai ad usare la magia e fu sempre lì che maturai l’interesse per l’astronomia. Mi diplomai con il massimo dei voti e decisi di continuare gli studi astronomici. Tornato in patria, comunicai la mia decisione ai miei genitori, che chiesero alla comunità magica di riaccettarmi tra i suoi cittadini. Ero entusiasta del fatto che grazie ai miei studi il mio nome sarebbe presto stato sulla bocca di tutti i maghi, che finalmente la mia conoscenza si sarebbe approfondita con i pensieri di altri miei pari, che il mio nome avrebbe ridato lustro alla mia famiglia. Ma fu proprio la mia brama di conoscenza che arrecò loro il più grande dei dolori…>>

Incuriosito, smetto per un attimo di scrivere.

<< Cosa è successo?>>

Galileo si siede su una sedia appoggiandosi stancamente allo schienale.

<< Purtroppo mentre giravo per le vie della città, in attesa del momento in cui avrei fatto ritorno tra i maghi, mi accorsi che anche i babbani stavano maturando interessi per l’astronomia: loro usavano un tipo di magia molto particolare, una magia che non richiede l’utilizzo di bacchetta. Ben presto mi avvicinai sempre più a questo metodo, lasciando in secondo piano gli studi magici, finché non arrivò il giorno della partenza… E decisi di non partire. Volevo continuare gli studi babbani sull’astronomia e comunicai la mia scelta alla mia famiglia. Mio padre me lo proibì, litigammo, e lasciai la casa paterna. In seguito non c’è stato giorno in cui io non mi sia pentito della mia scelta. Furente, decisi che i miei genitori avrebbero appreso della mia fama, che sarei stato il più famoso tra i babbani, e cosi feci. Perfezionai il telescopio, migliorandolo per l’osservazione delle stelle, ottenni numerosi successi anche in molte altre discipline babbane e viaggiai in numerose nobili corti, arrivando finanche alla corte dei Medici, sempre con lo scopo di aumentare la mia fama, per dimostrare alla mia famiglia che la mia scelta era giusta. In qualche senso ci riuscii, ovunque nella mia terra si parlava di me e delle mie scoperte, niente sembrava potesse andar male… Ma poi… Poi persi ogni cosa.>>

Anche se immagino a cosa Galileo si stia riferendo, gli pongo comunque la domanda:

<< In che modo?>>

Galileo appoggia la fronte alle mani, come se si stesse riposando, per poi riprendere:

<< Cominciando a parlare. La mia fama era arrivata tanto in alto che bastava la più piccola insinuazione per farla crollare. Si cominciò a mettere in discussione le mie scoperte, dalla prima all’ultima, insinuando che i miei lavori fossero plagi di altri studiosi. Nient’altro che calunnie e maldicenze, maldicenze che purtroppo cominciarono a diffondersi. Non potevo permettere che il lavoro a cui mi ero dedicato con così tanto impegno venisse infangato, che si cominciasse a dubitare di me, così decisi di ricorrere alla magia. Attraverso la smaterializzazione riuscii a raggiungere tutti i miei accusatori e modificai loro i ricordi. Inizialmente sembrava che avesse funzionato, ma non considerai il Ministero della Magia: venni accusato di incanto illecito su babbani e di aver messo in pericolo la segretezza della comunità. Mi spezzarono la bacchetta e mi proibirono ogni ritorno al mondo magico. Ma poi anche la comunità babbana a cui avevo dedicato così tanto impegno mi ripudiò: venni accusato di eresia e fui costretto a rinunciare ai miei studi. Non avendo più la magia dalla mia parte, non ebbi la forza di oppormi e abiurai, rinnegando ogni mia scoperta e consegnando il mio nome all’oblio…>>

Aspetto che finisca per avvicinarmi. Galileo mi guarda, i suoi occhi sembrano spenti mentre mi fissano.

<< La tua fama è sopravvissuta alla tua morte Galileo. Le scoperte derivanti dai tuoi studi ti furono attribuite e non c’è mago o babbano che non conosca il tuo nome…>>

Galileo sorride. E’ il primo sorriso felice che mostra dall’inizio dell’intervista.

<< Dunque il mio nome è conosciuto. Cosa bizzarra è la fama: c’è chi vuole tenerla per sé, che stia ferma… Eppur si muove!>>

Chiudendo gli occhi, Galielo sfuma, lasciandomi da solo nell’ufficio.


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